La battaglia di Hacksaw Ridge

Hacksaw Ridge segna il ritorno alla regia del premio Oscar Mel Gibson ventuno anni dopo Braveheart e dieci dal discusso Apocalypto, suo ultimo film da regista successivo al contestato La passione di Cristo.

Filtrando un messaggio pacifista sotto un muro di sangue, fuoco e mitragliate, con La battaglia di Hacksaw Ridge il sessantunenne regista australiano ci racconta la vera storia di Desmond Doss che durante la battaglia di Okinawa, una delle più feroci della seconda guerra mondiale, salvo’ 75 uomini senza sparare un solo colpo.

Candidato a 6 Premi Oscar  e accolto come “la rinascita” di Gibson, Hacksaw Ridge nasconde dietro al macello della carne un forte messaggio pacifista mostrando senza filtri la crudeltà, l’orrore e la barbarie senza senso della guerra.


“Dio, fammene salvare almeno un altro, almeno un altro.”

E’ mia convinzione personale che, nell’ultimo decennio, siamo stati un po’ tutti degli ignari Alex DeLarge sottoposti ad una Cura Ludovico al contrario. Infatti, se nel romanzo di Anthony Burgess e poi nell’omonimo film di Stanley Kubrick, ovvero quel capolavoro intramontabile che è Arancia Meccanica, la Cura Ludovico doveva generare nel soggetto un sentimento di ripudio e orrore verso quella stessa violenza che idolatrava e con cui riempiva la sua vita, in noi i media hanno provocato un sentimento diametralmente opposto. Il continuo essere anche noi morbosamente bombardati da notizie su fatti e avvenimenti violenti ci hanno portato a sviluppare, inconsciamente, una profonda indifferenza in fronte ad essa. Volenti o non volenti, la violenza è ormai parte della nostra vita quotidiana. Ne leggiamo a colazione, ci fa compagnia a pranzo e a cena. La abbiamo accettata con codarda accondiscendenza e senza opporre resistenza.

Guardando con profondità al cinema di Mel Gibson si evince invece il tentativo del regista di mostrare la violenza cruda e pura per poter poi generare quel sentimento di rifiuto di fronte alla completa assurdità e inutilità di quest’ultima. Lo ha fatto raccontandoci di William Wallace in Braveheart e di Zampa di Giaguaro nell’epico Apocalypto. Con Hacksaw Ridge, Gibson fa praticamente quello che già aveva fatto in passato con l’unica differenza che qui l’eroe ha giurato sì di combattere, ma lo ha fatto scegliendo di non utilizzare armi.

Desmond Doss, interpretato con rispettosa grazia da un magnifico Andrew Garfield, nacque nel 1919, figlio di una casalinga e di un carpentiere che aveva combattuto la Grande Guerra. Religiosissimo, fu costretto ad abbandonare la scuola per via della Grande depressione iniziando a lavorare per aiutare i genitori. Dopo l’attacco da parte dei giapponesi a Pearl Harbor decise di arruolarsi. Spedito in South Carolina per l’addestramento subì continue violenze sia verbali che fisiche da parte di superiori e camerati perché, essendo obbiettore di coscienza, si rifiutava di portare armi con sé. Il suo unico desiderio era quello di servire come medico e aiutare i propri fratelli impegnati in combattimento. Proprio per questa sua ideologia, e grazie anche ad un fisico mingherlino, venne subito etichettato come un debole e un codardo. Desmond Doss riuscì, da solo e in mezzo ad un inferno di fango, sangue e proiettili, a salvare 75 commilitoni feriti, molti dei quali mezzi morti e per questo lasciati indietro.

Gibson, rimanendo fedele a sé stesso e al suo cinema, racconta la vicenda con cruda e realistica violenza, e se la sequenza di apertura di Salvate il Soldato Ryan è ancora oggi uno degli esempi migliori di come mostrare l’inferno della la guerra, Hacksaw Ridge ne è un esempio ancora migliore e di sconcertante attualità. Quando Gibson decide di seguire i proiettili che lacerano le carni e strappano viscere e budella lo fa con la ferma lucidità e il minimalismo di un cinema ormai perduto. Un cinema che sa raccontare e nello stesso tempo denunciare, intrattenere e che ti costringe a pensare e a fare i conti con te stesso.

Un film del genere in un mondo ideale avrebbe il potere di mettere tutti d’accordo e che, parafrasando le parole dello stesso Gibson, “tutte le guerre sono da odiare, ma bisogna amare i guerrieri e prestargli i giusti omaggi”Cosicché il loro esempio e sacrificio possa spingerci a non ripetere gli stessi errori -e orrori- del passato.

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