Split di M. Night Shyamalan

Incredibile come in Split -e dopo una carriera che dire altalenante è poco- M. Night Shyamalan riesca ancora a sorprendere lo spettatore e colpirlo duro allo stomaco come già aveva fatto con i titoli appartenenti a quella che si potrebbe definire la “Tril(lher)ogia perfetta”; Il Sesto Senso, Unbrekable e Signs. Tre film, con tre storie completamente diverse e staccate l’una dall’altra ma comunque tutti legati dallo stesso legame che collega i fenomeni soprannaturali ai vari gradi di traumi fisici e psicologici che affliggono i suoi personaggi.


Le prime avvisaglie di un certo risveglio artistico in Shyamalan risalgono al 2015 quando, dopo i due passi falsi su commissione L’Ultimo Dominatore dell’Aria e After Earth, uscì nelle sale The Visit, thriller found-footage prodotto e fortemente voluto da quel James Blum produttore capace prima di dare il via a fortunate saghe horror come Paranormal Activity e Insidious e poi di sfiorare l’Oscar al Miglior Film con quel sorprendente gioiellino di Whiplash (capace comunque di portarsi a casa 3 Statuette per il Miglior Attore Non Protagonista a J.K. Simmons, Miglior montaggio e Miglior sonoro). 

E’ di nuovo Blum a produrre il ritorno nelle sale di Shyamalan che sembra aver trovato nella collaborazione con la Blumhouse terreno fertile per i suoi twist tornando anche ad accarezzare la libertà creativa che i progetti a basso budget spesso offrono ai filmmaker.

Tornando alle origini del suo cinema il regista quarantaseienne ci racconta la storia di Casey (Anya Taylor-Joy), Claire (Haley Lu Richardson) e Marcia (Jessica Sula) tre adolescenti che si ritrovano improvvisamente catapultate in uno scenario da incubo: narcotizzate e rapite in pieno giorno, le ragazze si risvegliano in una piccola e squallida stanza/prigione dove faranno conoscenza con il loro rapitore, Dennis. Ben presto però, le tre ragazze si renderanno conto che in realtà Dennis è solo una delle identità che occupano il corpo di Kevin “Wendell” Crumb, personaggio magnificamente interpretato da un James McAvoy realmente inquietante e mai sopra le righe.

Kevin ha 23 personalità distinte e di diversa età, sesso e accenti. Ne vedremo concretamente all’opera “solo” 9. Alcune sono donne, come Patricia, che parla in toni melodiosamente inquietanti, altre bambini affetti da sigmastismo come Edvige. Tutte condividono la stessa corporatura media e capelli tagliati corti, pecularità che trasforma il volto del personaggio in una tela opportunamente vuota su cui McAvoy può proiettare ogni nuova identità senza dover per forza ricorrere a trucco e parrucco. Allo stesso tempo, una delle formulazioni più interessanti del film è l’idea – avanzata con picchiatella eloquenza dalla psichiatra pionieristica di Kevin, il Dr. Karen Fletcher (un affascinante Betty Buckley) – che in casi particolarmente avanzati di disturbo dissociativo dell’identità, il soggetto può addirittura arrivare a cambiare la struttura fisica del proprio corpo.

Se Kevin e il suo allegro gruppo di amici sono un vero tour de force per McAvoy, Casey, il personaggio di Anya Taylor-Joy (già vista in The Witch) non è da meno. Al contrario delle -giustamente- terrorizzate compagne di sventura, Casey soffre di una strana mancanza di palese panico di fronte alle diverse personalità con la quale è chiamata a confrontarsi continuamente. Lo spettro della violenza sessuale subita da bambina si palesa immediatamente sotto forma di flashback fotografati con colori caldi (così da enfatizzare il senso di falsa sicurezza che a volte si cela dietro a quadri famigliari all’apparenza perfetti) che contrastano con i colori freddi e claustrofobici con cui il direttore della fotografia Mike Gioulakis, che ha dimostrato un talento incredibile già in It Follows, insegue Casey attraverso un labirinto di corridoi lugubri.

Shyamalan tornando alle origini del suo cinema riscopre il piacere di spaventare i suoi personaggi, e il pubblico, attraverso mezzi più convenzionalmente efficaci. In questo lo aiuta lo score di West Dylan Thordson che, seppur non memorabile, riesce sempre ad enfatizzare la paura e l’angoscia dei personaggi senza mai risultare invadente.

Si dirà un po’ di tutto, da chi criticherà la perfomance di McAvoy, al sorprendente finale che potrebbe aprire la strada ad un nuovo universo cinematografico firmato Shyamalan e Blum, ma Split è un film che funziona, un’esperienza narrativa coinvolgente e soddisfacente. E ha anche il merito di rilanciare la carriera del buon vecchio M.Night Shyamalan.

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